La comunicazione politica nell’era di Twitter.

La comunicazione politica nell’era di Twitter.

Come si fa comunicazione politica nell’epoca dei social network?

Già alle Regionali della primavera del 2010 i partiti che hanno registrato un maggior tasso di crescita di consenso sono stati la Lega e il Movimento 5 Stelle, quelli cioè che hanno avuto meno esposizione televisiva.

E oggi il trend è stato confermato.

Ha scritto Marco Belpoliti su La Stampa.

Twitter, il Davide informatico, ha sconfitto il Golia dei network televisivi? Sembrerebbe proprio di sì. La vittoria nei referendum è stata segnata dal passaparola dei 140 caratteri che hanno scandito il passaparola virale.

Tutti gli utenti hanno ricevuto solleciti in tempo reale ad andare a votare, a farlo nelle prime ore di domenica, a stimolare familiari e amici pigri lunedì mattina. Le parole d’ordine scandite dall’inventiva personale sono volate di cellulare in cellulare, soprattutto gli smartphone hanno segnato il passaggio da una comunicazione passiva, quella della televisione, alla comunicazione attiva del web tascabile. McLuhan ci aveva avvisato quasi cinquant’anni fa: la tv è un medium freddo che non entusiasma, al massimo eccita, in una sorta di onanismo fantastico, e alla fine l’utente non si smuove dalla poltrona. Il cellulare è prima di tutto un telefono, ma incorpora anche la scrittura, e questo rappresenta un vantaggio straordinario nella trasmissione da persona a persona. Ogni messaggio è personale, arriva proprio a te, e da te si diparte in una catena continua attiva. Lo smartphone appare più simile alla radio, medium caldo, una radio democratica e non più come quella tradizionale legata al diffondersi dei regimi dittatoriali del XX secolo.

Come ha scritto in un articolo molto letto nel web un giovane e brillante analista dei social network, Bertram Niessen, Twitter è il mezzo che si è rivelato più infido per il centrodestra già nel caso delle elezioni milanesi. Nel testo pubblicato su doppiozero.com Niessen scrive che Twitter «popolato da utenti attenti e smaliziati, fin dall’inizio della campagna aveva operato un sistematico detournement di ogni tentativo di comunicazione elettorale attraverso l’uso degli #hashtag, le parole chiave utilizzate per raggruppare le discussioni sugli stessi argomenti tra utenti non in contatto tra loro: ogni sparata del centrodestra si è trasformata in una gigantesca discussione virale tra sconosciuti che hanno dato vita a un panorama digitale popolato da dichiarazioni satiriche attribuite a Pisapia». Per non dire poi dell’uso ironico e sarcastico di YouTube con la produzione di filmati sull’argomento i cui link venivano girati in tempi rapidissimi tra amici e conoscenti: appena conosciuto il risultato del quorum, già era pronto un film ad hoc sulla falsariga dell’«aereo più pazzo del mondo». Ma anche Facebook ha collaborato alla campagna virale dei referendum; come nel caso dei volantini arrivati via Internet agli indirizzi email di tanti: un piccolo avviso da stampare in formato A4, da appendere nei negozi, da infilare nelle cassette della posta dei vicini e del caseggiato. Così il nipote ha convinto la zia a metterlo in mostra nel suo esercizio commerciale, il dipendente a esporlo nell’androne della ditta o a infilarlo tra i vassoi della mensa, e le mamme – le donne sono tra le più attive nel web 2.0 – a passarlo di mano in mano all’entrata delle scuole.

Il mezzo televisivo come strumento di comunicazione di massa è tramontato?

Ha detto Abraham Lincoln: “Potete ingannare tutti per qualche tempo e alcuni per tutto il tempo, ma non potete ingannare tutti per tutto il tempo.”

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