L’effetto Niccolai: quando ci si fa del male da soli

L’effetto Niccolai: quando ci si fa del male da soli

Niccolai insacca nella sua porta beffando il compagno Albertosi: è Juve-Cagliari a Torino, 15 marzo 1970

Facciamo l’ipotesi che per la nostra azienda il web 2.0 non abbia segreti.

Sappiamo come usare Facebook, con Twitter ci teniamo costantemente in contatto con i nostri clienti e, oltre al nostro sito ufficiale, abbiamo anche un blog aziendale.

E se pubblichiamo qualcosa di sbagliato?

Se scriviamo qualcosa che non è più consono con la nostra strategia o che semplicemente non ci piace più?

E’ sufficiente cancellarlo?

No. Può non essere sufficiente.

Sul web le tracce si possono, con fatica, nascondere ma quasi mai cancellare del tutto.

Prendiamo Facebook come esempio.

Le condizioni d’uso (pomposamente chiamate “Dichiarazione dei diritti e delle responsabilità”) dicono che:

Quando l’utente elimina contenuti IP, questi vengono eliminati in modo simile a quando si svuota il cestino del computer. Tuttavia, è possibile che i contenuti rimossi vengano conservati come copie di backup per un determinato periodo di tempo (pur non essendo visibili ad altri).

Facciamo attenzione. Dire “eliminati in modo simile a quando si svuota il cestino del computer” è stranamente contorto.

Sembra proprio che io possa eliminare quello che non mi piace più (“come bere un bicchier d’acqua” verrebbe da dire).

Ma perché non è scritto semplicemente “quando elimini contenuti, questi vengono cancellati”?

La risposta è che Facebook sa benissimo che quando “si svuota il cestino del computer” in realtà i dati continuano ad essere ben presenti su quel computer e qualunque persona con un po’ di pratica e con il giusto software può recuperarne il contenuto.

Quindi la frase riportata da Facebook in realtà potrebbe essere scritta in questo modo “Quando l’utente elimina contenuti, questi continuano a restare sui nostri computer”.

Si, in effetti l’effetto non è proprio lo stesso, ma è senz’altro più corretto.

E tralasciamo la fumosità del “per un determinato periodo di tempo”.

Poi c’è Google, e qui piove sul bagnato…

Non è certo una novità, ma non tutti sanno che Google offre un comodissimo servizio che si chiama Google Cache.

Il problema l’ho trovato riassunto sul blog Working Ideas in modo chiaro:

Google, senza che nessuno glielo abbia mai espressamente chiesto, registra versioni intere di ogni cambiamento del mio blog, le cataloga e le indicizza, cioè le interpreta ai fini dei criteri di ricerca.

Ogni pensiero, anche se obsoleto, o se abbiamo cambiato idea, viene “fotografato” (snapshot), ed archiviato…

Inoltre, su richiesta, è possibile che Google “cancelli” la pagina di cache comportando come conseguenza l’assenza dal motore Google, e quindi la sostanziale invisibilità in rete. Chi abbia un minimo di dimestichezza con la progettazione di basi di dati, sa che un dato difficilmente si cancella su un db, sia perché potrebbe servire in futuro, ma soprattutto perché l’integrtià refernziale e la normalizzazione formale del dato potrebbe soffrirne talmente da rendere il database incoerente.

Quindi… sebbene non abbia la minima idea di come sia architettato il db di Google, tendenzialmente, me la figuro come una struttura piuttosto complessa e tenderei ad escludere la possiblità di una cancellazione del dato dai record refernziati e normalizzati delle tabelle del db, e quindi… tenderei a dire che i dati, Google, se li tiene per sempre, anche se gli chiediamo di cancellarli, al massimo, verranno resi “inattivi” ed in “inaccessibili” dall’estero, ma sempre e comunque accessibili in select diretta sul db.

Ora però… il fatto che la piattaforma WordPress mi abbia restituito come referrer una pagina archiviata su un server che Google usa per accumulare ed indicizzare gli “snapshot”, significa che qualcuno ha accesso alle pagine di cache e può clickarci su…

Cioè qualcuno può avere accesso alla storia del mio pensiero, ed ammesso che questo interessi a qualcuno… usarla.

E guarda caso Facebook tiene una porta aperta per tale evenienza quando dice (sempre nella “Dichiarazione dei diritti e delle responsabilità”):

“Quando l’utente pubblica contenuti o informazioni usando l’impostazione “tutti”, concede a tutti, anche alle persone che non sono iscritte a Facebook, di accedere a tali informazioni. In tal caso, Facebook potrebbe non avere il controllo sull’uso che viene fatto dei contenuti o delle informazioni.”

Per chi volesse approfondire, Google usa un database proprietario che si chiama BigTable.

Se ne sa molto poco perché BigG è sempre stata molto avara nel fornire informazioni sulle proprie strutture tecnologiche.  Ad ogni modo ci informa che “è progettato per funzionare su migliaia di macchine e per rendere semplice aggiungere nuove macchine e sfruttarle senza interventi tecnici”.

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