I nativi digitali.

I nativi digitali.

Ho letto recentemente che la Corea del Sud ha pianificato l’abbandono, nell’arco di pochi anni, dei libri di testo a favore dell’uso del tablet. Nella cittadina di Auburn, nel Maine, dal prossimo autunno tutti i bambini delle scuole materne ed elementari useranno ai fini didattici l’Ipad2.

Ho una figlia di 6 anni che cresce a pane e tecnologia e mi pongo qualche domanda.

La rivoluzione digitale impone a tutti di mettersi in discussione. Famiglia, scuola e istituzioni hanno l’obbligo di capire chi sono i nativi digitali e, soprattutto come svilupparne il potenziale. Saranno infatti i bambini nati dopo il 2000 a mostrarci tra 10-15 anni quali effetti il cervello 2.0 avrà prodotto sullo sviluppo economico, sulla generazione di idee e sui modelli di partecipazione politica e sociale. La società che saprà indirizzarli avrà meglio costruito il proprio futuro.

Dice Paolo Ferri, docente di New Media all’Università Bicocca di Milano e autore del libro Nativi Digitali, “quello che oggi sappiamo è che i nativi digitali sono bambini antropologicamente diversi, abituati sin da piccoli a considerare la vita virtuale e quella reale semplicemente due facce della stessa medaglia. La condivisione di giochi, video, pensieri e musica online li porta a essere naturalmente multitasking e l’esposizione tecnologica ne potenzia le capacità cognitive, matematiche e scientifiche. Gli studi internazionali sono molto chiari al riguardo, ma lo sono altrettanto circa la difficoltà del sistema scolastico attuale di valorizzare tale energia”.

Pare infatti che alla nuova generazione mal si adatti il modello di apprendimento analogico dei genitori. Leggere, ripetere e ri-scrivere annoia!

“I cervelli digitali sono più abituati a una cultura partecipativa, basata sulla produzione condivisa di contenuti e su rapporti informali e paritari”, spiega Henry Jenkins, fondatore e direttore di Comparative Media Studies al MIT di Boston.

In questo scenario, il sistema didattico diventa orizzontale e l’insegnante non è più la fonte massima della conoscenza ma un facilitatore che guida i ragazzi nel caos dell’informazione.

Nishant Shah, che a 26 anni dirige il Center for Internet and Society di Bangalore in India, lo spiega così: “La tecnologia dei nostri padri è quella televisiva: un modello analogico che stabilisce ruoli, responsabilità e struttura della produzione, diffusione e consumo di conoscenza. Con l’esplosione  di una rete dove non esiste gerarchia e tutto viene condiviso, i ruoli sono messi in discussione dallo studente, che si considera parte attiva nella produzione di sapere e vede i libri come una fonte tra le tante”.

Anche la politica ha bisogno di ripensarsi.

Giampietro Mazzoleni, docente di Comunicazione Politica dell’Università degli Studi di Milano, osserva: “Guardando l’esplosione dei social network e la loro versatilità nelle mani dei giovani si può immaginare che i futuri leader politici avranno a che fare con elettori e cittadini più cinici, smaliziati e meno manipolabili proprio perché avvezzi alla grande libertà che arriva dalla circolazione delle idee in rete”.

La differenza la farà il sistema educativo, sia a scuola che in famiglia, che, se saprà evolvere nella giusta direzione, faciliterà la comprensione, aiuterà a navigare tra conoscenza e informazioni e  permetterà di distinguere vero e falso all’interno dell’anarchia del web.

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...
Share

Altri articoli sull'argomento:

  1. Quando Facebook è veramente sociale: gli allarmi AMBER e la sicurezza dei bambini.
  2. Non vuoi che tutti i tuoi dati su Facebook siano pubblici? Comincia a cliccare.
  3. Il Chief Listener Officer.
  4. Un mondo nuovo
  5. Un tweet storico.