Anche le dittature hanno bisogno della rete.

Anche le dittature hanno bisogno della rete.

In questi giorni di grandi cambiamenti, mentre una parte del mondo va a fuoco in uno slancio rivoluzionario verso il miraggio della democrazia, abbiamo un’ulteriore prova di come la rete abbia cambiato, per sempre, i rapporti tra gli esseri umani in tutto il mondo. Il seguente articolo, apparso il 6 marzo su La Stampa a firma di Claudio Gallo, presenta un’analisi lucida e disincantata sull’uso e sul potere del web.

Gheddafi ha spento internet, ha chiuso la finestra attraverso cui il mondo giudicava i suoi crimini. S’illude così di trovare vendetta nel tempo senza tempo del deserto.

In una lettera al direttore della rivista americana «Science» del 19 gennaio 1968, un lettore scriveva: «Ogni tecnologia sufficientemente avanzata è indistinguibile dalla magia». Spegnendo Internet, Gheddafi deve aver pensato di liquidare una specie di sortilegio che la modernità ha pronunciato contro la sua tirannia tribale. La Libia isolata può ora dedicarsi a girare le lancette dell’orologio al contrario, nell’illusione che tutto possa tornare come prima.

Così anche il sangue versato resterà un segreto domestico. Le informazioni che corrono troppo veloci sul web e le reti capillari dei social network, ma anche attraverso gli sms dei cellulari, sono diventate un’ossessione di tutte le dittature del mondo. Nuove unità dei servizi di sicurezza si sono attrezzate per chiudere le falle nei vecchi sistemi di controllo. Ma nessun tiranno serio blocca del tutto il web, come sta facendo il Colonnello.

Mubarak in Egitto ci aveva provato per un paio di giorni ma poi ha dovuto riattaccare la spina, anche perché senza internet il sistema finanziario del Paese era paralizzato. Regimi opprimenti come la Cina e l’Iran (la lista completa sarebbe lunghissima) si applicano da tempo a filtrare il web con l’obiettivo di impedire la visione dei siti sgraditi senza perdere i vantaggi che la rete offre alla propaganda di regime.

Corpi speciali dei servizi segreti si occupano di staccare i ripetitori dei cellulari nelle zone in cui si svolgono manifestazioni o rivolte. Allo stesso tempo la velocità del web è rallentata fino rendere quasi inutilizzabili le connessioni: accade puntualmente a Teheran, ed è successo nei giorni più cruenti delle proteste in Bahrein. Se il rischio è considerato molto alto, si possono chiudere i collegamenti con un’intera regione come ha fatto Pechino nel 2009 nello Xinjiang durante le rivolte degli Uiguri. Ma la serrata è una risorsa estrema: meglio sopire e controllare. I social media sono infatti l’Eldorado degli apparati di sicurezza.

Durante la guerra in Libano nel 2006, Hezbollah raccolse molte informazioni preziose spiando gli account di Facebook dei soldati nemici: l’esercito israeliano fu costretto a proibire l’accesso ai soldati. Durante le proteste no global contro il vertice del G8, del Wto e alla Convention repubblicana la polizia americana riuscì a contenere le manifestazioni perché, grazie al controllo dei social network, conosceva ogni mossa dei dimostranti. E allo stesso modo, finché non è cresciuto troppo nel supporto popolare, il movimento 6 aprile in Egitto ad ogni adunata in piazza trovava la polizia perfettamente preparata.

Teheran non spegne mai del tutto il suo internet perché è diventato un formidabile veicolo per la propaganda dei gruppi conservatori, senza contare che i teologi sciiti della capitale religiosa Qom fanno un massiccio uso dei siti per diffondere i loro sermoni nel mondo. Il web, sbarcato in Iran nel 2001 a uso esclusivo degli scienziati dell’Istituto di Fisica Teoretica e Matematica si è diffuso a macchia d’olio nella società. Nel 2006, Technorati assegnava al persiano il decimo posto tra le lingue di internet. La censura del regime è decisa da un comitato di cui fanno parte anche i servizi segreti, a cui si aggiungono quella adottata spontaneamente dagli Internet Provider ed episodicamente quella della magistratura. Il risultato è una giungla di proibizioni in cui cadono quasi tutti i siti più famosi: niente YouTube, Flickr, Wikipedia, New York Times. Ironicamente, la censura si avvale di un software americano, «Smart Filter». La Secure Computing che lo produce ha fatto capire che Teheran sta utilizzando una versione piratata.

I dittatori che si candidano a durare più a lungo non credono che internet sia il loro nemico più insidioso e non ne esaltano l’importanza come tendiamo a fare noi, ipnotizzati dal serpente del mondo virtuale.

Spiegano Marco Papic e Sean Noonan in un saggio sul sito di Stratfor, la «Cia privata»: «I social media sono uno tra i tanti strumenti a disposizione delle opposizioni. Raramente i movimenti di protesta hanno successo se sono guidati da qualcuno che parla da una cantina nell’arena virtuale. I leader devono avere carisma e conoscere la strada. Un gruppo politico non può aspettarsi che i suoi leader più “tecnologici” siano il fulcro di una rivoluzione vittoriosa più di quanto un’attività commerciale dipenda dalla capacità dell’ufficio Telecomunicazioni di vendere i suoi prodotti».

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