Alla scoperta dei social network: Google Buzz

Alla scoperta dei social network: Google Buzz

A confermare che la battaglia per il predominio sulla rete si sta giocando sul terreno dei social networks, la scorsa settimana c’è stato il lancio  di Google Buzz.

Google ha dichiarato che Google Buzz aiuterà a colmare il gap tra lavoro e tempo libero.

(è una promessa o una minaccia?)

Vediamo da vicino questo nuovo “oggetto”.

Buzz nasce per coloro che utilizzano la posta elettronica Gmail.

Il servizio è talmente semplice che si attiva con un solo clic. Il problema è che talmente automatico e “intelligente” da decidere da solo chi sono i miei amici.

Non è uno scherzo, attivando Buzz hai automaticamente una lista di amici che “segui” e che a loro volta “seguono” te e vengono informati se pubblichi un commento su un blog o aggiorni il tuo canale di fotografie.

Il lancio di Buzz ha creato una serie di problemi legati alla privacy e al meccanismo del silenzio/assenso adottato da Google.

I problemi principali segnalati dai primi utilizzatori di Buzz sono stati:

1 – “ha creato una lista di amici automaticamente tramite l’analisi delle email ricevute e inviate!”

2 – “ha reso visibile a tutti l’elenco degli amici!

3 – “ha caricato automaticamente dal mio palmare Android una foto e l’ha pubblicata su internet!

4 – “quando invio un messaggio dice a tutti automaticamente dove mi trovo!“.

Che Google abbia esagerato con gli automatismi?

Vediamo cosa racconta Molly Wood su Cnet News.

Tanto per cominciare, scopri che automaticamente tu “segui” tutti i tuoi contatti che usano Gmail, e questa lista è per tutti visibile sul tuo profilo.

Inoltre scopri che ha usato sulla mia pagina personale di Buzz una foto che avevo scattato con il mio palmare Android che non avevo mai caricato su quella pagina. Perché? E perché proprio quella foto? Questo è proprio terrificante.

Android, guarda il caso…, è il sistema operativo per telefoni sviluppato da Google.

E non è tutto: vediamo cosa altro succede usando Google Buzz con un telefono.

Quando usi per la prima volta l’applicazione Google Buzz su un telefono Android e provi a inviare un messaggio, ti viene chesto se vuoi mostrare il luogo in cui ti trovi. Il problema è che se dici di si per una volta, automaticamente Buzz decide che, quando usi il servizio,  da quel momento ognuno vedrà in che luogo ti trovi.

Il problema è che Google ha introdotto Buzz con la politica giù utilizzata in passato da Facebook:  l’adesione è basata sull’ “opt out” (silenzio assenso) anziché sull’ “opt in” (consenso informato).

Questo meccanismo può provocare effetti indesiderati che vanno dal “fastidioso” al “pericoloso“:

Pare che una blogger si sia ritrovata per colpa di Buzz ad avere un ex-boyfriend tra gli amici (e questo può essere antipatico) e peggio è stato che l’ex ragazzo poteva vedere la lista dei suoi amici e tra questi c’era il nuovo boyfriend.

Questo è abbastanza fastidioso, ma la cosa potrebbe diventare decisamente pericolosa se al posto della blogger ci fosse un dissidente politico e anzichè l’ex ragazzo ci fosse il regime comunista cinese.

Questa storia mi ricorda quando “Facebook rubò il Natale“.

Accadde nel novembre 2007.

Facebook, ancora non diffusissimo in Italia, era invece già affermato in America.

Per sfruttare meglio il mercato pubblicitario, Facebook lanciò il servizio Beacon (faro), un’estensione per la gestione della pubblicità.

Il funzionamento di Beacon era il seguente: quando un utente di Facebook effettuava un acquisto su un sito convenzionato, Facebook acquisiva l’informazione e la diffondeva tra gli amici dell’acquirente.

L’obiettivo era quello di consentire agli inserzionisti pubblicitari su Facebook di “piazzare” una pubblicità ben mirata. Inoltre consentiva di pubblicizzare tra gli amici dell’acquirente i prodotti acquistati, predisponendo questi ad un successivo acquisto per emulazione.

Al lancio di Beacon parteciparono 44 siti partner di Facebook (tra cui Blockbuster ed eBay).

La reazione negativa degli utenti fu immediata: l’iniziativa infatti era partita senza il loro consenso esplicito. Il problema più grosso con Beacon era che il meccanismo di adesione era basato sull’ “opt out” (silenzio assenso) anziché sull’ “opt in”: insomma Facebook (e i suoi partner) presumevano che, in assenza di richieste contrarie, gli utenti fossero d’accordo nel mostrare pubblicamente i propri acquisti.

Sui siti partner, al momento dell’acquisto, si apriva una finestra che informava della novità e quindi scompariva. Con questa iniziativa il silenzio equivaleva all’assenso e molti utenti, inavvertitamente o senza comprendere l’effetto della novità,  si ritrovarono a condividere con il mondo gli acquisti fatti.

L’effetto fu particolarmente negativo perché avvenne nel periodo pre-natalizio e molti giornali paragonarono Zuckerberg, il fondatore di Facebook, al Grinch, il personaggio del  libro per l’infanzia How the Grinch Stole Christmas! (“Come il Grinch rubò il natale”) .


Molti siti web raccolsero l’iniziativa contro Facebook Beacon pubblicando le proteste degli utenti che lamentavano il fatto che i regali di Natale fossero stati svelati in anticipo o che si erano visti pubblicare su Facebook i vestiti acquistati online con i relativi commenti degli “amici” che ne erano venuti a conoscenza.

Dopo le proteste e le minacce di azioni collettive contro la nuova iniziativa, Facebook cambiò il meccanismo di silenzio assenso rendendo necessario il consenso esplicito.

Forse è meglio attendere la versione 2 di Buzz…

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